Il capo di gabinetto lascia e precisa: «Dimissioni spontanee, nessuno me le ha imposte». Ma la vicenda apre inevitabilmente un problema politico. Perché la nomina fu una scelta precisa del sindaco
Se il temporale di Ferragosto è arrivato a Palazzo Luigi Razza è perché non è un temporale qualsiasi.
Perché mentre Vibo Valentia vive il giorno più caldo e più atteso dell’estate, mentre la città si svuota e la politica dovrebbe concedersi una pausa, esplode la notizia destinata a riaprire una ferita mai davvero rimarginata nella maggioranza di Enzo Romeo.
Gianpiero Menniti si dimette da capo di gabinetto del sindaco.
Ma rispetto a quanto si era cominciato a raccontare nelle ore precedenti, c’è una precisazione importante: Menniti sostiene di aver deciso autonomamente di lasciare l’incarico e di aver protocollato le dimissioni prima ancora di parlare con il sindaco.
Lo scrive lui stesso, affidando alla propria pagina Facebook una lunga dichiarazione nella quale rivendica la spontaneità della decisione, parla di senso di responsabilità verso le istituzioni e spiega che il suo passo indietro nasce dall’emergere di una vicenda personale destinata ad avere riflessi giudiziari.
Dunque, non sarebbe stato Romeo a mandarlo via. Sarebbe stato Menniti a scegliere di fare un passo indietro. Ma questo, sia chiaro, non cancella il problema politico. Anzi, lo rende forse ancora più evidente.

Prima di proseguire ogni ragionamento, è necessaria una precisazione: siamo e resteremo sempre garantisti.
Lo siamo stati quando era più facile esserlo e continueremo a esserlo oggi, quando una vicenda delicata rischia di trasformarsi nel solito processo celebrato prima ancora che un’indagine abbia concluso il proprio percorso.
Menniti, fino a prova contraria, è innocente.
Non soltanto perché lo afferma lui stesso, ma perché questo è il principio sul quale si fonda uno Stato di diritto. I gradi di giudizio sono tre. Il quarto grado, quello celebrato sui giornali, sulle televisioni e soprattutto sui social, non esiste. E non potrà mai essere ViViPress a contribuire alla sua celebrazione.
Non conosciamo gli atti dell’indagine, non conosciamo l’esatto contenuto dell’accusa e non intendiamo sostituirci agli investigatori, agli inquirenti o alla magistratura.
Per il momento conosciamo ciò che Menniti ha scelto di rendere pubblico: esiste una denuncia, esiste un procedimento, esiste un’accusa che lui definisce infondata e calunniosa e rispetto alla quale dichiara la propria assoluta estraneità.
Dunque, innocente fino a prova contraria. E fino a quando quella prova contraria non sarà eventualmente accertata nelle sedi competenti, questa è l’unica posizione che una testata seria e garantista può assumere.
Ma il garantismo non cancella la politica
Ed è proprio qui che occorre fare una distinzione che troppo spesso viene dimenticata.
Innocente sul piano giudiziario non significa politicamente irrilevante. E viceversa.
Menniti non è chiamato a rispondere politicamente di un’accusa che dovrà essere verificata dalla magistratura. Ma il sindaco è politicamente responsabile di una scelta che invece è tutta sua.
E su questo ViViPress non cambia di una virgola la propria posizione. Quando fin dall’inizio è stata contestata quella nomina, non perché avessimo qualcosa contro la persona. Non per anticipare giudizi. Non per pregiudizio.
Era una contestazione per ragioni politiche e amministrative e, soprattutto, per le modalità con cui il sindaco arrivò a quella scelta.
Prima gli avvisi pubblicati e poi abortiti, quindi la strada della nomina diretta, utilizzando risorse del bilancio comunale in un’amministrazione gravata dal pesantissimo patto salva-città.
Una decisione che Romeo volle difendere nonostante le perplessità espresse dentro e fuori il Consiglio comunale. Una scelta sulla quale il sindaco mise la propria autorevolezza.
E oggi è proprio questo il punto. La responsabilità politica non si trasferisce
Quando un sindaco sceglie personalmente un collaboratore, quando insiste su quella scelta nonostante le critiche, quando la difende politicamente e istituzionalmente, quella scelta entra a pieno titolo nella responsabilità politica del sindaco.
Non nella responsabilità penale. In quella politica.
Sono due cose completamente diverse.
E sarebbe profondamente sbagliato utilizzarne una per cancellare l’altra.
Se domani la magistratura dovesse accertare l’assoluta estraneità di Menniti ai fatti contestati, ViViPress sarebbe la prima a prenderne atto.
Ma quell’eventuale esito non cancellerebbe la discussione sulla legittimità politica e sull’opportunità della nomina, sulle modalità attraverso le quali è stata effettuata e sul costo politico che quella scelta ha prodotto.
Allo stesso modo, oggi nessuno può utilizzare l’esistenza di un’indagine per trasformare Menniti in colpevole.
Innocente fino a prova contraria. Ma il sindaco resta responsabile della scelta politica.
Pensare che tutto possa finire con una lettera di dimissioni sarebbe ingenuo. Perché quella nomina aveva già prodotto frizioni. Aveva diviso. Aveva alimentato tensioni dentro la maggioranza.
Aveva provocato perplessità nel Partito democratico, che arrivò a disertare una riunione di giunta attraverso gli allora assessori Soriano e Continanza.
Menniti era diventato una figura fortemente caratterizzata politicamente all’interno di Palazzo Luigi Razza, considerata vicina ad alcuni settori della maggioranza e mai realmente digerita da altri.
Adesso lascia.
E lo fa mentre sullo sfondo c’è una vicenda giudiziaria della quale non si conoscono ufficialmente ancora gli elementi e che dovrà essere accertata nelle sedi competenti.
È inevitabile che ci saranno ripercussioni politiche.
Nella maggioranza. Nei rapporti tra le sue diverse componenti. Nel rapporto tra il sindaco e quei consiglieri che quella nomina non l’avevano mai condivisa. E soprattutto nell’immagine dell’amministrazione.
Perché l’immagine è già un problema politico
Anche qui serve chiarezza.
Non diciamo che l’amministrazione Romeo sia responsabile di ciò che eventualmente sarà accertato dalla magistratura. Sarebbe assurdo.
Ma non possiamo neppure fingere che una vicenda di questo genere, riguardante una figura scelta direttamente dal sindaco e collocata in un ruolo di così stretto rapporto con il primo cittadino, non abbia alcuna conseguenza sull’immagine dell’istituzione.
Le dimissioni sono un fatto. La vicenda giudiziaria è un altro fatto. La percezione pubblica è un terzo fatto. E la politica vive anche di questo.
L’immagine di un’amministrazione non è soltanto quella che emerge dalle delibere, dai comunicati stampa o dalle conferenze. È anche quella che arriva ai cittadini quando una figura collocata accanto al sindaco finisce al centro di una vicenda tanto delicata e decide di lasciare l’incarico.
Questo non è un giudizio di colpevolezza. È una constatazione politica.
Resta poi una considerazione sul modo in cui questa storia è esplosa.
Menniti ha scelto i social per raccontare la propria versione. È una scelta legittima.
Ma proprio i social sono diventati, negli ultimi anni, il luogo nel quale si celebrano processi sommari, si emettono sentenze e si costruiscono colpevoli e innocenti prima ancora che gli atti arrivino nelle sedi competenti.
ViViPress non vuole far parte di questo meccanismo.
Perché la verità giudiziaria non nasce da Facebook. E neppure da un post.
Nasce dalle indagini, dagli atti, dal contraddittorio e dai gradi di giudizio.
Menniti ha diritto di difendersi. Ha diritto di proclamarsi innocente. Ha diritto di confidare nella magistratura. E noi abbiamo il dovere di rispettare tutto questo.
C’è però una cosa dalla quale il sindaco non può chiamarsi fuori. La scelta originaria.
Quella è politica. È stata politica quando fu compiuta. È stata politica quando fu difesa. E rimane politica oggi che quella stessa scelta arriva al suo epilogo.
Menniti, nel suo messaggio, ringrazia il sindaco per la fiducia e parla di un rapporto tra «galantuomini».
Prendiamo atto anche di questo.
Ma proprio quel rapporto di fiducia rende ancora più evidente quanto la vicenda appartenga alla storia politica personale del sindaco.
Il sindaco aveva scelto. Il sindaco aveva difeso. Adesso il sindaco dovrà gestire le conseguenze.
Non quelle giudiziarie, che non gli appartengono. Quelle politiche sì.
Ecco il paradosso di questo Ferragosto.
Menniti lascia dichiarandosi innocente. ViViPress gli riconosce pienamente il diritto di esserlo fino a prova contraria.
La magistratura farà il proprio lavoro e sarà soltanto quella sede a poter stabilire, alla fine del percorso, se esistano responsabilità e quali.
Ma intanto la politica non può mettere in pausa le proprie responsabilità. Una scelta del sindaco è arrivata al capolinea.
Una scelta già contestata prima ancora che questa vicenda esistesse.
E proprio per questo non sarebbe serio utilizzare oggi l’indagine per riscrivere il passato.
Il problema politico non nasce dall’accusa. Il problema politico nasce dalla scelta.
L’indagine giudiziaria seguirà il proprio percorso.
La responsabilità politica, invece, è già qui.
E con essa arrivano inevitabilmente le ripercussioni.
Sul sindaco. Sulla maggioranza. Sull’immagine dell’amministrazione. E forse anche sugli equilibri di Palazzo Luigi Razza.
Il Ferragosto, insomma, non ha portato soltanto il sole. Ha portato un temporale politico.
E quando le ferie finiranno, bisognerà capire non soltanto se e chi prenderà il posto di Menniti. Bisognerà capire quanto è costato politicamente, al sindaco, aver costruito quel muro e averlo difeso così a lungo.
Perché oggi quel muro non c’è più. E il temporale, forse, è appena cominciato.









