L’obitorio è chiuso da oltre un mese per carenze igienico-strutturali. I lavori di adeguamento non risultano ancora pianificati. La sanità vibonese tocca un altro, amarissimo paradosso
A Vibo Valentia, un tempo, si diceva con amara ironia: «Meglio non ammalarsi, per non finire allo Jazzolino». Una battuta cattiva, certo, ma che non era mai stata rivolta contro medici, infermieri, operatori sanitari. Al contrario: chiunque abbia avuto bisogno dell’ospedale sa bene quanto professionalità, sacrificio e umanità ci siano dietro quelle porte.
Il problema è sempre stato un altro: una struttura vecchia, logorata dal tempo, rattoppata più che rinnovata, che da anni sembra chiedere di essere sostituita anziché semplicemente mantenuta in vita.
Adesso, però, quella battuta rischia di diventare talmente surreale da non far più ridere.
Perché allo Jazzolino, oggi, non sembra essere consigliabile nemmeno morire.
Non è una provocazione gratuita. È la fotografia, amarissima, di una situazione che ha dell’incredibile: l’obitorio dell’ospedale di Vibo Valentia è chiuso da oltre un mese, reso inagibile da carenze igienico-strutturali. E, cosa ancora più sconcertante, la riapertura sarebbe subordinata a interventi di adeguamento che, allo stato, non risultano neppure pianificati.
Sembra una barzelletta. Ma purtroppo non lo è.
Perché quando chiude un reparto, si può parlare di liste d’attesa, trasferimenti, disagi per i pazienti. Quando chiude un servizio, si può discutere di organizzazione. Ma quando diventa inutilizzabile persino il luogo destinato alla custodia delle salme, la questione assume una dimensione che va oltre la semplice inefficienza amministrativa.
Le salme devono essere gestite altrove. Gli accertamenti medico-legali disposti dall’autorità giudiziaria devono trovare altre strutture. Procedure delicate, che richiedono spazi adeguati, condizioni igieniche, organizzazione e soprattutto certezza dei tempi.
E invece, anche qui, Vibo Valentia si ritrova a navigare nell’incertezza.
Quanto durerà la chiusura? Quando saranno programmati i lavori? Quando inizieranno? Quando finiranno?
Domande semplicissime, alle quali però, al momento, non sembra corrispondere una risposta altrettanto semplice.
E allora viene spontanea una domanda ancora più grande: com’è possibile che in un ospedale provinciale un obitorio possa rimanere chiuso per oltre un mese senza che siano già definiti tempi e modalità per restituirlo alla sua funzione?
Non è una questione di decoro. Non soltanto, almeno.
È una questione di dignità.
La dignità di chi muore, quella delle famiglie che affrontano il momento più difficile, quella degli operatori chiamati a gestire situazioni delicate e quella di una comunità che avrebbe il diritto di pretendere strutture sanitarie all’altezza del tempo in cui vive.
Per anni abbiamo raccontato lo Jazzolino attraverso le sue emergenze, i suoi problemi strutturali, le carenze, i disagi. Abbiamo denunciato ciò che non funzionava e difeso, quando necessario, chi dentro quelle mura continua a lavorare con abnegazione nonostante tutto.
Ma stavolta c’è qualcosa di simbolico, oltre che di concreto, in quell’obitorio chiuso.
È come se persino la morte avesse deciso di non voler più avere a che fare con lo Jazzolino.
E viene da dire, con quel sorriso amaro che a Vibo Valentia ormai accompagna troppe cose: povera Vibo mia!
Perché una città che non riesce a garantire condizioni adeguate nemmeno là dove la vita è ormai finita non può più limitarsi a chiedere quando arriverà il nuovo ospedale.
Deve chiedere, con forza, perché nel frattempo si sia arrivati a questo punto.E soprattutto quanto ancora dovrà aspettare prima che la normalità, a Vibo Valentia, torni a essere davvero normale.











