Ancora un importante riconoscimento internazionale per l’Istituto diretto dal prof. Saverio Fortunato. Un patrimonio che la città dovrebbe valorizzare
Un attestato internazionale che, a Vibo Valentia, dovrebbe fare piacere. E soprattutto dovrebbe far riflettere. Perché non capita tutti i giorni che una realtà accademica nata e cresciuta in provincia venga chiamata a dare il proprio contributo a un programma internazionale dedicato al futuro dell’istruzione.
L’Istituto di Criminologia di Vibo Valentia, attraverso il proprio Dipartimento di Ricerca sulle Minacce Ibride, è stato infatti invitato a partecipare al programma internazionale di previsione strategica “Global Foresight for Quality and Excellence in Education Beyond 2030”, promosso dal RCQE sotto gli auspici dell’UNESCO.

È un riconoscimento che merita di essere sottolineato non per campanilismo, ma per una ragione assai più concreta: perché dimostra che anche da Vibo Valentia è possibile produrre ricerca, elaborare analisi, partecipare al dibattito internazionale e confrontarsi con questioni che riguardano il destino delle società contemporanee.
Il contributo dell’Istituto si è concentrato sulle principali sfide e vulnerabilità che potrebbero caratterizzare il prossimo decennio: dall’impatto dell’intelligenza artificiale sull’autonomia cognitiva e mnemonica delle giovani generazioni ai rischi connessi al progressivo impoverimento dei curricula; dalle minacce biologiche alla manipolazione dell’informazione, sino alla sicurezza degli ecosistemi formativi.
Questioni enormi, dunque. Ma proprio per questo è significativo che, nel confronto internazionale, sia stata ascoltata anche la voce di un istituto universitario vibonese.
«Il nostro contributo scientifico – ha dichiarato il Rettore, prof. Saverio Fortunato – ha portato all’attenzione del panel globale le principali sfide e vulnerabilità del prossimo decennio».
E forse è proprio questa la notizia nella notizia.
L’Istituto di Criminologia rappresenta infatti una presenza che Vibo Valentia dovrebbe imparare a considerare per quello che è: un patrimonio culturale e formativo della città.
Perché avere un istituto di livello universitario significa innanzitutto offrire a tanti giovani la possibilità di conseguire un titolo di studio senza essere costretti, per farlo, a lasciare immediatamente la propria terra. Ma significa anche qualcosa di più.
Significa creare un ambiente nel quale la conoscenza possa circolare, la ricerca possa svilupparsi, i giovani possano incontrarsi e confrontarsi, e una città possa smettere, almeno per qualche momento, di essere soltanto periferia geografica per diventare luogo di produzione del sapere.
Ed è qui che gli attestati che arrivano dall’esterno assumono un valore particolare.
Perché un conto è raccontarsi autorevoli. Un altro è essere chiamati da interlocutori internazionali a portare la propria competenza dentro un programma di studio sul futuro dell’educazione.
Il riconoscimento ottenuto attraverso il Dipartimento di Ricerca sulle Minacce Ibride conferma, dunque, un percorso scientifico che nel tempo ha costruito credibilità e autorevolezza.

E dovrebbe essere motivo di soddisfazione per l’intera comunità vibonese.
Non soltanto per l’Istituto e per chi vi lavora, ma per una città che troppo spesso sembra accorgersi delle proprie eccellenze soltanto quando qualcuno, da fuori, gliele segnala.
Forse sarebbe arrivato il momento di cambiare atteggiamento. Di valorizzare ciò che già esiste, invece di continuare a immaginare che la crescita culturale debba necessariamente arrivare da qualche altra parte.
Perché il punto, alla fine, è molto semplice: se da Vibo Valentia si può contribuire a discutere di come sarà l’istruzione oltre il 2030, allora Vibo Valentia non è soltanto una città dove alcuni giovani possono conseguire una laurea.
È una città dalla quale quei giovani possono cominciare a guardare il futuro.
E questa, più di tante inaugurazioni e di tanti nastri da tagliare, è una presenza che meriterebbe di essere vista, sostenuta e valorizzata molto di più.












