L’antimafia non può essere una giacca da indossare nelle cerimonie e togliere quando diventa scomoda. È una scelta che si misura soprattutto nei momenti nei quali prendere posizione può avere un costo. Questa redazione ribadisce profonda stima al sindaco Simona Scarcella, persona che ha avuto l’onore di conoscere personalmente ed apprezzare
di Antonella Moschella
Ci sono momenti nei quali la solidarietà non è una formalità, non è una frase di circostanza, non è un comunicato da pubblicare per salvare le apparenze. Ci sono momenti nei quali prendere posizione significa semplicemente scegliere da quale parte stare.
Quello denunciato dal sindaco di Gioia Tauro, Simona Scarcella, è uno di questi.
Una lettera anonima arrivata fino alla sua abitazione. Non in Municipio, non lasciata casualmente sulla macchina, ma portata nella casa nella quale vive una madre con la propria famiglia. E dentro quella lettera una frase che oltrepassa qualsiasi limite: «se scrivi ancora ti scanniamo figli e cane».
Saranno gli investigatori a stabilire chi abbia scritto quelle parole, perché lo abbia fatto e quale ambiente si nasconda dietro quella mano.
Quelle parole non minacciano soltanto un sindaco. Cercano di terrorizzare una madre attraverso ciò che possiede di più prezioso: i suoi figli.
E sono proprio le parole «se scrivi ancora» a raccontare il senso dell’intimidazione. Significano: smetti di parlare, smetti di denunciare, smetti di raccontare ciò che trovi, smetti di esercitare liberamente il tuo ruolo.
Ancora più inquietante è quanto riferito dalla stessa Scarcella. Il sindaco ritiene che il riferimento ai figli insieme al cane dimostri la conoscenza delle abitudini familiari, perché i ragazzi sarebbero soliti uscire proprio con l’animale. È un elemento la cui portata concreta dovrà naturalmente essere valutata dagli investigatori, ma basta a comprendere cosa possa significare psicologicamente per una madre: chiedersi, da quel momento, chi possa osservare i propri figli mentre escono di casa.
Eppure Scarcella ha detto che continuerà a scrivere.

Ha detto che non si farà intimidire.
Ha detto che continuerà a raccontare ciò che ritiene necessario raccontare nell’interesse della sua città.
Ma nel suo intervento c’è un’altra denuncia che non può essere lasciata ai margini: quella dell’antimafia di facciata.
Scarcella usa parole durissime. Ringrazia i cittadini, le persone che le hanno scritto pubblicamente e privatamente, le associazioni, le forze politiche che le hanno manifestato solidarietà e i sindaci che si sono mobilitati per farle sentire la propria vicinanza. Ringrazia soprattutto l’Arma dei Carabinieri, della quale sottolinea la presenza e persino il calore umano ricevuto.
Poi parla degli altri.
Di quelli che sono rimasti in silenzio.
E arriva a dire che esiste un’antimafia buona per essere pronunciata nei convegni, nei comunicati, nelle celebrazioni e nelle dichiarazioni pubbliche, ma che rischia di scomparire proprio quando arriva il momento di metterci la faccia.
È questa l’antimafia di apparenza che Scarcella denuncia perché è facile pronunciare la parola legalità quando non costa nulla. È facile ricordare le vittime della mafia nelle giornate ufficiali. È facile riempire discorsi di parole come coraggio, Stato, istituzioni e democrazia.
Molto più difficile è esserci quando qualcuno viene minacciato davvero.
Ed è qui che il silenzio diventa insopportabile.
Non significa che chi tace possa essere automaticamente considerato complice penalmente della criminalità: sarebbe un’accusa che nessuno può formulare senza prove, ma esiste anche una complicità morale del silenzio, quella che nasce quando davanti a un’intimidazione così grave si preferisce voltare lo sguardo, calcolare la convenienza politica, aspettare di capire da quale parte soffia il vento oppure semplicemente non esporsi.
Il silenzio, in determinati momenti, non è neutralità.
Perché chi cerca di intimidire qualcuno vuole innanzitutto una cosa: isolarlo.
E quando intorno alla persona minacciata si crea il vuoto, quel vuoto finisce oggettivamente per fare il gioco di chi voleva lasciarla sola.
È questo il punto sul quale la politica dovrebbe interrogarsi.
Non bisogna essere amici di Simona Scarcella. Non bisogna appartenere al suo partito. Non bisogna condividere le sue scelte amministrative. Si può essere suoi oppositori, criticarla duramente e contestarne ogni atto politico, ma davanti alla minaccia di «scannare» i suoi figli, la contrapposizione politica dovrebbe fermarsi.
Perché quei ragazzi non sono maggioranza né opposizione sono figli.
E ci sono confini che soltanto la miseria umana può pensare di oltrepassare.
Ma ancora più grave è la denuncia che riguarda la solitudine istituzionale.
Scarcella racconta di essersi aspettata che lo Stato fosse «davanti e dietro» di lei. E invece afferma di non avere ricevuto, fatta eccezione per l’Arma dei Carabinieri, neppure quella telefonata istituzionale che avrebbe potuto dirle semplicemente: sindaco, lo Stato c’è.
Questa frase dovrebbe provocare imbarazzo prima ancora che indignazione perché lo Stato non può chiedere a un sindaco di metterci la faccia e poi voltargli le spalle quando quella faccia diventa un bersaglio.
Non può chiedergli di assumere decisioni difficili, contrastare interessi, denunciare ciò che ritiene irregolare, esporsi quotidianamente sul territorio e poi lasciare che sia il suo coraggio personale a diventare l’unico scudo dietro il quale proteggere anche i propri figli.
Il coraggio non può sostituire lo Stato.
E una telefonata non risolve certamente il problema della sicurezza, ma persino l’assenza di quella telefonata può assumere un significato enorme per chi, dopo avere ricevuto una minaccia contro i propri figli, aspetta un segnale dalle istituzioni che rappresenta.
La solidarietà, naturalmente, non basta. Occorrono valutazioni del rischio, indagini, eventuali misure di protezione decise dalle autorità competenti e una presenza dello Stato proporzionata alla situazione.
Ma prima ancora delle procedure esiste qualcosa che si chiama presenza.
Ed è paradossale che debba essere proprio un sindaco, cioè un rappresentante delle istituzioni, a chiedersi dove siano le istituzioni.
Scarcella ha pronunciato anche parole molto dure verso chi non le ha espresso solidarietà. Alcune appartengono alla sua valutazione politica e personale e, come tali, possono essere condivise oppure contestate, ma una domanda resta e nessuno dovrebbe eluderla: che valore ha l’antimafia proclamata quando diventa silenziosa davanti a una minaccia concreta?
L’antimafia non può essere una giacca da indossare nelle cerimonie e togliere quando diventa scomoda.
La legalità non è una parola da mettere sopra un palco.
È una scelta che si misura soprattutto nei momenti nei quali prendere posizione può avere un costo.
Per questo chi ha manifestato pubblicamente solidarietà ha compiuto un gesto che non dovrebbe essere eccezionale, ma normale. E proprio perché dovrebbe essere normale, pesa ancora di più l’assenza di chi ha preferito non dire nulla.
Oggi Simona Scarcella dice di voler continuare, ma sarebbe profondamente sbagliato trasformare questa storia nella solita celebrazione dell’eroe solitario che resiste.
Non abbiamo bisogno di sindaci eroi. Abbiamo bisogno di sindaci che non vengano lasciati soli perché una democrazia che sopravvive soltanto grazie al coraggio individuale di chi viene minacciato è una democrazia che sta già mostrando una propria debolezza.
La vicenda di Simona Scarcella lascia una domanda che dovrebbe pesare sulla coscienza di tutte le istituzioni, dal Presidente della Repubblica fino all’ultimo rappresentante dello Stato sul territorio: quanto deve sentirsi sola una persona minacciata prima che lo Stato decida di farle sentire concretamente la propria presenza?
Non basta celebrare il coraggio dopo, non basta esprimere solidarietà quando una minaccia è ormai diventata una notizia nazionale. Lo Stato deve esserci prima, durante e soprattutto quando la paura entra nella casa di chi lo rappresenta e arriva a sfiorare i suoi figli perché se un sindaco deve trovare soltanto dentro di sé la forza per continuare, se una madre deve guardare i propri figli uscire di casa domandandosi chi possa osservarli, mentre attorno percepisce il silenzio di parte delle istituzioni, allora il problema non riguarda più soltanto Simona Scarcella. Riguarda la credibilità dello Stato.
E forse la domanda più dolorosa è proprio questa: se lo Stato non riesce a far sentire protetto nemmeno chi ogni giorno lo rappresenta, quale sicurezza può promettere al comune cittadino?
Le minacce cercano il silenzio. Le istituzioni dovrebbero rispondere con una presenza costante così forte da spezzarlo perché lasciare solo chi viene intimidito significa permettere alla paura di occupare lo spazio che dovrebbe appartenere allo Stato.












