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Quando una donna diventa oggetto da guardare, valutare, catalogare e commentare nel tribunale senza coscienza dei social

Quando una donna diventa oggetto da guardare, valutare, catalogare e commentare nel tribunale senza coscienza dei social

da admin_slgnwf75
1 Settembre 2026
in costume e società
Tempo di lettura: 5 minuti
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I social sono come uno specchio: pensiamo di usarli per osservare gli altri, ma finiscono per riflettere noi stessi. La nudità più imbarazzante non è quella del corpo che si pretende di giudicare, ma quella della coscienza di chi ha dimenticato il rispetto

di Antonella Moschella

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Basta una fotografia. Una donna sorride accanto a un uomo durante un evento culturale e, improvvisamente, per alcuni non esistono più il suo nome, il suo lavoro, il motivo per cui si trova lì, ciò che pensa o ciò che ha da raccontare. Esiste soltanto il suo corpo.

È quanto accaduto ad Alice De André, attrice ventisettenne, dopo la pubblicazione di una fotografia che la ritrae sorridente accanto al direttore artistico Silvano Spada durante il Todi Festival. Sotto quello scatto sono comparsi numerosi commenti sessisti e volgari, tanto da spingere la giovane attrice a rispondere pubblicamente definendo alcuni utenti «trogloditi digitali».

Ma dietro questo episodio c’è qualcosa che merita una riflessione molto più ampia.

Alice De André lo ha spiegato con una frase provocatoria e amarissima: in pochissimo tempo non era più un’attrice, non era più una persona presente al Festival per lavorare, non era più una donna con qualcosa da dire. Era stata ridotta, nelle parole di alcuni commentatori, a un seno.

Ed è proprio qui il problema.

Una donna non è un oggetto da guardare, valutare, catalogare e commentare.

Eppure ancora oggi sembra esistere una sorta di tribunale permanente nel quale la donna viene giudicata per qualsiasi cosa faccia. Se indossa qualcosa di aderente, «vuole farsi vedere». Se si copre, è troppo seria. Se è bella, qualcuno mette in dubbio le sue capacità. Se cura il proprio aspetto, cerca attenzione. Se non lo fa, viene criticata ugualmente. Se parla con determinazione è arrogante; se tace è debole. Se rivendica la propria libertà, c’è sempre qualcuno pronto a stabilire fin dove quella libertà dovrebbe arrivare.

Ma chi ha consegnato agli altri questo diritto?

Il corpo di una donna appartiene alla donna. Il suo abbigliamento non è un’autorizzazione, una provocazione o un invito. E soprattutto la libertà di espressione non coincide con la libertà di umiliare.

Si può trovare una persona bella o attraente ed è umano. Ma esiste una distanza enorme tra un pensiero e la decisione di trasformarlo in una frase volgare pubblicata sotto la fotografia di una sconosciuta. In quella distanza c’è qualcosa che si chiama educazione. E ancora prima, rispetto.

La vicenda di Alice De André mette in luce anche un’altra contraddizione. Molti uomini che sui social utilizzano certe espressioni sono probabilmente padri, mariti, fratelli, compagni. Pretenderebbero rispetto per le proprie figlie, mogli, sorelle o madri perché allora quel rispetto dovrebbe improvvisamente scomparire quando dall’altra parte dello schermo c’è la figlia, la sorella o la compagna di qualcun altro?

Forse bisognerebbe cominciare proprio da qui: non rispettare una donna perché è “la figlia di qualcuno”, ma rispettarla perché è una persona.

Ed esiste poi un meccanismo ancora più insidioso: dopo averla giudicata, si attribuiscono alla donna persino le intenzioni. «Lo ha fatto apposta». ‘Vuole attirare l’attenzione’. ‘Se si veste così sa cosa provoca’.

In questo modo non soltanto si giudica il suo corpo, ma si pretende persino di entrare nella sua mente.

È una forma di pregiudizio antica trasportata dentro uno strumento modernissimo.

Forse per questo l’espressione «trogloditi digitali» colpisce così tanto: possediamo smartphone capaci di collegarci in pochi secondi con il mondo intero, ma qualche volta utilizziamo quella straordinaria tecnologia dimenticando secoli di educazione, civiltà e rispetto della dignità umana. Abbiamo strumenti sempre più intelligenti nelle mani, ma questo non significa automaticamente essere diventati più intelligenti nel modo di usarli.

E sarebbe sbagliato pensare che tutto questo riguardi soltanto Alice De André o le donne dello spettacolo. Succede quotidianamente a ragazze e donne comuni. Una fotografia diventa occasione per giudicare un corpo; un vestito viene interpretato come una dichiarazione; un sorriso viene equivocato; una libertà personale diventa materia sulla quale perfetti sconosciuti si sentono autorizzati a emettere sentenze.

Dietro quello schermo, però, c’è sempre una persona.

Forse prima di premere “pubblica” sarebbe sufficiente porsi una domanda semplicissima: direi queste stesse parole guardando quella donna negli occhi? E accetterei che qualcuno le rivolgesse a una persona che amo?

Se la risposta è no, il problema non è la fotografia. Il problema è ciò che si è scelto di scrivere.

Perché un vestito racconta soltanto come una persona ha deciso di vestirsi quel giorno. Un commento volgare, invece, può raccontare molto di chi lo scrive.

Un uomo che scrive volgarità sessiste su una donna non sta raccontando quella donna: sta raccontando se stesso. Sta mostrando il proprio modo di concepire il corpo femminile e, soprattutto, la propria incapacità di riconoscere il confine tra apprezzamento e mancanza di rispetto.

Si può notare la bellezza di una donna, trovarla attraente, persino desiderabile: questo appartiene alla libertà del pensiero, ma quando quel pensiero viene trasformato deliberatamente in un commento sessuale volgare e pubblico, la questione cambia. Non è più attrazione: è oggettificazione.

E non rende un uomo più virile, più forte o più trasgressivo. Al contrario, dimostra che non ha ancora compreso una cosa elementare: una donna può essere sensuale senza essere disponibile, può mostrare il proprio corpo senza offrirlo e può vestirsi come desidera senza dover diventare l’oggetto delle fantasie pubbliche di uno sconosciuto.

I social sono come uno specchio: pensiamo di usarli per osservare gli altri, ma spesso finiscono per riflettere noi stessi. E quando davanti al corpo di una donna scompaiono il suo talento, la sua intelligenza, il suo lavoro e la sua dignità, la nudità più imbarazzante non è quella del corpo che si pretende di giudicare, ma quella della coscienza di chi ha dimenticato il rispetto.

Tags: alice de andrècommentocorpodonnafotografiaoggettosocialtribunale

admin_slgnwf75

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