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Un’altra strage di innocenti senza colpevoli che ne rispondano

Un’altra strage di innocenti senza colpevoli che ne rispondano

da admin_slgnwf75
4 Settembre 2026
in attualità, cronaca
Tempo di lettura: 4 minuti
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I superstiti di quel barcone qui non li vedremo arrivare. Andranno a morire altrove. Dove la nostra civiltà non li registra e i nostri occhi non li vedranno

di Franco Cimino

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Ventisette giorni in mare, su una piccola barca che chiamano barcone, vecchia del legno più vecchio, senza vela e senza remi.

Partita dal Gambia, in Africa, vi erano imbucati in centoventotto. Sono rimasti senza acqua né cibo, sotto il sole impazzito del giorno e il freddo dell’oceano di notte, per tutti quegli interminabili giorni.

Ne sono stati trovati, al largo delle Canarie, su quella gabbia di legno “rovesciata”, novantacinque vivi e quattro cadaveri. Gli altri se li è presi il mare. Tra quei morti anche tre donne e un neonato.

I cosiddetti superstiti stavano su quel cedevole caicco, inorriditi, lo sguardo vitreo e sbarrato dopo tante notti sveglie.

Paura, dolore, tormento, ma soprattutto amarezza e delusione. Una speranza antica infranta.

Le tasche più vuote dello stomaco e, nelle vene, sangue indurito, senza acqua che lo sciogliesse. Asciutta e arsa la bocca.

Sono stati trovati così, aggrappati a qualche pezzo di legno o stipati in quella conchiglia bugiarda, da una motovedetta di soccorso marittimo.

Lontani, per la fortuna di qualcuno di noi, dalle nostre coste. Probabilmente da quelle più ambite, nonostante la loro prima meta sembri essere la Spagna.

Li hanno salvati, così si dice in questi casi. Ma salvati da cosa e da chi? Dal mare?

E che c’entra il mare, se li aveva presi e raccolti per salvar loro la vita da quella insopportabile vissuta e farli giungere nella terra che dovrebbe salvarli?

Condurli, pur sfiniti, in quella del lavoro e del pane e dell’acqua e di un tetto che protegga i loro bambini e faccia riposare quelle braccia che saranno pure sfruttate. Ché meglio una vita così, da schiavi, che l’agonia mortifera che cancella l’infanzia e fa vecchi anche i ragazzi e le donne giovani.

Li avrebbero salvati.

Ma saranno riportati in quei lager dove, tra le violenze più atroci e disumane, hanno atteso settimane e mesi prima di “essere gettati” nel mare di una speranza sognata e morta già prima di prendere il largo.

Se fossero arrivati all’approdo del nuovo dolore, sarebbero stati scacciati e imprigionati nei cosiddetti centri di accoglienza, magari albanesi, e stigmatizzati come occupanti illegali — immigrati è parola addirittura più dignitosa — sospetti delinquenti, di certo ladri di lavoro e di bambini, stupratori di donne della buona razza.

I superstiti di quel barcone qui non li vedremo arrivare. Andranno a morire altrove. Dove la nostra civiltà non li registra e i nostri occhi non li vedranno.

Ma l’estate è lunga, il mare è calmo.

E di carrette pronte per imbottigliarne a mille alla volta i corpi asciutti di altri povericristi ce ne sono tante, già in attesa di quella carne umana che non vale nulla.

Di là, a pochi chilometri in linea d’aria, un altro porto, di un altro mare, celebrerà, come fosse il record di Fausto Coppi nelle gare epiche del ciclismo eroico, la longevità finora unica di un governo che fa festa.

E nel declinare i tanti suoi meriti sottolineerà quello, altrettanto record, del respingimento di migliaia di cristiani disarmati – che importa che siano musulmani- a salvaguardia delle nostre coste e delle nostre case.

A questo elenco mancheranno i nomi delle migliaia di morti. E quelli degli sfruttati schiavi che si ammalano e muoiono nei campi assolati della raccolta dei pomodori e in quelli del grano, che sulle nostre tavole arriva a costi non più sostenibili, nonostante la fatica immane di chi lo raccoglie costi ai ladri di braccia e di sudore meno di due euro l’ora, per quattordici ore giornaliere.

Ironia della festa.

Quel porto e quel mare, trentacinque anni fa, l’8 agosto, accolsero commossi la prima ondata di gente disperata in cerca di restare viva nel mondo umano, allora ancora umano. Erano in ventimila, accalcati su una nave vera, dal nome Vlora, quello della città che centoquindici anni fa celebrò l’indipendenza dell’Albania.

Quella nave veniva, appunto, dalla vicina Albania e i migranti erano tutti albanesi. Rimasero da noi tutti.

E salvarono la nostra economia.

Tags: barconecanariecolpevoliinnocentimigrantistragesuperstiti

admin_slgnwf75

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