Con Emma Bonino non muore semplicemente una politica. Muore un modo di intendere la politica. Muore una certa idea della militanza. Quella che credeva che la politica potesse cambiare il mondo
di Maurizio Bonanno
Oggi non è morta soltanto una donna che ha attraversato da protagonista cinquant’anni della politica italiana. È morta una parte di quel ragazzo che sono stato. Quello che aveva diciott’anni e credeva ancora che la politica potesse cambiare il mondo. Quello che discuteva, si arrabbiava, leggeva, cercava risposte e, soprattutto, non aveva ancora imparato a fare compromessi con le proprie idee.
Oggi se ne va Emma Bonino e mi accorgo che, insieme a lei, se ne va definitivamente un pezzo della mia giovinezza.
È una sensazione strana. Quasi fisica. Perché ci sono volti che appartengono alla storia e altri che, invece, appartengono alla memoria personale. Emma Bonino appartiene alla mia memoria.
La ricordo dentro quella stagione irripetibile nella quale la politica non era ancora diventata una successione di dichiarazioni sui social, di slogan confezionati per un algoritmo, di tifoserie che applaudono il proprio leader qualunque cosa dica. La politica allora faceva male. Ma faceva anche sentire vivi.
Ti prendeva intere giornate. Ti costringeva a pensare. A discutere fino a notte. A mettere in discussione le certezze degli altri e, qualche volta, anche le tue. Potevi sbattere il naso contro un muro, o contro un pugno, ma continuavi a credere che da qualche parte ci fosse una verità da cercare.
Io ho sempre pensato che, in qualche modo, la vita me la sono salvata proprio allora. E oggi, mentre Emma Bonino se ne va, capisco ancora meglio perché.
Perché con lei non se ne va soltanto una protagonista della politica italiana. Se ne va una parte di quella politica nella quale, da ragazzo, ho imparato che essere liberi significava anche avere il coraggio di essere impopolari.
Emma Bonino è morta a 78 anni, dopo giorni di ricovero a Roma. Era stata trasportata in codice rosso al Santo Spirito il 7 settembre, dopo una crisi respiratoria; il giorno successivo i medici avevano definito le sue condizioni delicate ma stazionarie, prima del trasferimento in una struttura privata.
Ma oggi, davanti alla sua morte, il punto non è ripercorrere il bollettino medico. Non mi interessa nemmeno compilare l’ennesimo curriculum di una donna che ha attraversato quasi mezzo secolo della Repubblica: parlamentare, eurodeputata, commissaria europea, ministro, vicepresidente del Senato, leader radicale, fondatrice e presidente di +Europa.
Tutto questo appartiene alla storia.
Io voglio parlare di Emma Bonino per quello che ha rappresentato prima ancora di diventare Emma Bonino. Perché la sua morte chiude un ciclo. Un ciclo politico, certamente. Ma anche un ciclo della vita di tanti che hanno avuto diciott’anni quando la politica era bella. Bella davvero.
E penso, ancora oggi, che la vita me la sono salvata proprio allora. Me la sono salvata incontrando la politica come passione civile e non come mestiere. Come inquietudine e non come carriera. Come ricerca della libertà e non come ricerca del consenso.
Avevo diciott’anni quando il Partito Radicale e Marco Pannella entrarono nel mio orizzonte politico. Emma Bonino era lì, accanto a lui, con quella sua maniera apparentemente fragile e in realtà formidabile di stare dentro le battaglie.
Il mio primo voto arrivò un anno dopo. Lo ricordo ancora con l’orgoglio quasi arrogante che appartiene soltanto a chi è giovane e non ha ancora imparato a fare compromessi con se stesso. Marco Pannella.
Un’idea libertaria da sostenere. Il Parlamento europeo. Il suffragio universale. Un gesto minuscolo, quello di infilare una scheda nell’urna. Eppure enorme. Perché dentro quella scelta c’era un’idea del mondo.
C’era la convinzione che lo Stato non dovesse decidere tutto per noi. Che la libertà individuale non fosse una concessione del potere. Che i diritti non fossero gentili regalie della maggioranza. Che anche una minoranza, quando aveva una ragione dalla propria parte, avesse il diritto di disturbare il sonno dei potenti.
E c’era soprattutto una parola che oggi sembra quasi sovversiva: libertà.
Io mi sono sempre definito un liberale. E, forse ancora più precisamente, un libertario. Non nel senso caricaturale che talvolta viene attribuito a questa parola, ma nel senso di chi ritiene che l’individuo debba essere messo nelle condizioni di scegliere, di pensare, di dissentire, di vivere secondo le proprie convinzioni finché non calpesta la libertà degli altri.
È anche per questo che, pur non avendo necessariamente condiviso ogni singola posizione assunta nella sua lunga carriera, Emma Bonino l’ho sempre sentita appartenere a una famiglia politica alla quale devo molto. Quella dei Radicali. Quella di Pannella e Bonino.
Una coppia politica irripetibile, anche nelle differenze, nelle incomprensioni, nelle rotture e persino nelle contraddizioni.
Pannella era spesso il grande detonatore. Bonino era la straordinaria capacità di trasformare una battaglia in azione, di portarla dentro le istituzioni, di misurarsi con il potere senza smettere di diffidarne.
E forse è proprio questa la ragione per cui Emma Bonino è riuscita a sopravvivere politicamente a tante stagioni e a tanti partiti: non apparteneva completamente a nessuno. Nemmeno al suo. Apparteneva alle sue battaglie.
L’aborto, la disobbedienza civile, i diritti delle donne, la pena di morte, la fame nel mondo, la giustizia internazionale, l’Europa, la libertà di scelta. Battaglie che oggi molti considerano acquisite e che allora, invece, richiedevano il coraggio di metterci la faccia, il corpo, la reputazione.
Bonino lo fece.
Anche pagando prezzi personali altissimi.
E lo fece senza trasformarsi in una professionista dell’indignazione. Questa, forse, è la cosa che più mancherà. Perché abbiamo conosciuto un tempo nel quale per fare politica bisognava credere in qualcosa. Oggi troppo spesso basta sapere contro chi stare.
È una differenza enorme.
Emma Bonino non fu sempre dalla parte che avremmo scelto noi. E proprio per questo la sua lezione vale ancora di più. Una democrazia liberale non si misura dalla quantità di persone che la pensano come noi, ma dalla capacità di difendere il diritto di chi non la pensa come noi.
È questa, in fondo, la lezione radicale che mi porto dietro da ragazzo. E che oggi, davanti alla morte di Emma Bonino, sento ancora più forte.
Non ho mai pensato che la libertà fosse comoda. Al contrario.
La libertà è scomoda per definizione.
Disturba. Provoca. Costringe a rispondere. Ti mette davanti alle tue contraddizioni. E qualche volta ti lascia anche solo.
Ed Emma Bonino è stata spesso sola. Ma non è mai stata insignificante.
Ha avuto il coraggio di stare dalla parte delle minoranze quando stare dalla parte delle minoranze non portava voti. Ha avuto il coraggio di difendere l’Europa quando l’europeismo non era una parola da convegno. Ha avuto il coraggio di parlare di diritti quando il consenso consigliava prudenza.
E ha conosciuto anche il valore, raro in politica, di riconoscere i propri errori. Nel 1998, per esempio, volle incontrare l’ex presidente Giovanni Leone per consegnargli una lettera di scuse dopo essere stata tra le protagoniste della campagna che ne aveva accompagnato le dimissioni nel 1978.
Non è poco. In un Paese nel quale nessuno sembra mai sbagliare e tutti sono sempre pronti a spiegare perché la colpa sia di qualcun altro, anche chiedere scusa può diventare un gesto rivoluzionario.
Emma Bonino ha attraversato il Novecento e buona parte del nuovo secolo portandosi dietro quella ostinazione. Fino all’ultimo.
E forse è proprio questo il punto. Con Emma Bonino non muore semplicemente una politica.
Muore un modo di intendere la politica. Muore una certa idea della militanza. Muore quella politica fatta di discussioni interminabili, di volantini, di radio, di digiuni, di referendum, di campagne apparentemente impossibili, di battaglie che potevano durare anni prima di produrre un risultato.
Una politica nella quale potevi perdere un’elezione e pensare comunque di aver vinto qualcosa: un diritto, una consapevolezza, una libertà in più.
Pannella se n’era andato nel 2016. Oggi se ne va Emma Bonino.
E per quelli della mia generazione è come se si chiudesse definitivamente una porta.
Dall’altra parte restano i ricordi. Restano le voci di Radio Radicale.
Restano le campagne. Restano i digiuni. Restano i referendum. Restano le provocazioni. Restano quelle discussioni che sembravano infinite.
E resta soprattutto una domanda: che cosa abbiamo fatto di quella libertà che ci avevano insegnato a pretendere?
Non è una domanda per Emma Bonino.
È una domanda per noi. Perché lei, almeno, la sua parte l’ha fatta. E l’ha fatta fino in fondo.
Emma Bonino ci ha lasciati, ha scritto +Europa annunciandone la morte. Ma quella stessa frase contiene, involontariamente, una verità più grande: non ci lascerà mai davvero.
Non lascerà chi, come me, ha avuto la fortuna — e forse anche la testardaggine — di incontrare da ragazzo quella politica.
Quando la politica era ancora capace di farti perdere una giornata per una discussione. Quando un voto poteva sembrarti un atto di ribellione. Quando essere liberale significava non avere paura della libertà.
Quando essere libertario significava soprattutto una cosa semplice e difficilissima: lasciare agli altri la stessa libertà che pretendevi per te.
Grazie Emma.
Per averci ricordato, per tutta una vita, che la libertà non è mai definitivamente conquistata. È una battaglia.
E proprio per questo vale la pena combatterla.











