Quando non si possono raccontare grandi risultati, c’è sempre un piccolo atto amministrativo da trasformare in una vittoria. È una vecchia tentazione della politica. Qui, però, rischia di diventare un metodo
Certe volte la politica non ha nemmeno bisogno di mentire. Le basta raccontare le cose a metà.
È una forma più elegante, forse, e proprio per questo più insidiosa. Si prende un atto obbligatorio, lo si veste da conquista, gli si mette addosso un po’ di enfasi istituzionale e lo si consegna ai cittadini come se fosse il frutto di una battaglia politica, di una visione, magari persino di un’intuizione.
È accaduto con l’acquisizione delle quote societarie di Sorical da parte del Comune di Vibo Valentia.
L’assessore Francesco Colelli, nel rivendicare il passaggio, parla di «primo passo verso il passaggio» della gestione delle reti idriche e fognarie ad Arrical entro il 31 dicembre 2026. Ringrazia gli uffici, ringrazia i consiglieri per l’unanimità e sottolinea, giustamente, l’importanza del futuro servizio idrico integrato.
Tutto vero.
Ma c’è un piccolo particolare. Non è una scelta politica del Comune. È un passaggio previsto dalla legge regionale.
Il Consiglio comunale, dunque, non si è trovato davanti a una grande alternativa strategica tra il fare e il non fare. Doveva prendere atto e procedere secondo quanto stabilito dalla normativa. Punto.
E allora viene spontanea una domanda, forse persino ingenua: perché trasformare un atto dovuto in una medaglia da appuntarsi sul petto?
Non è una questione di Sorical. Non è nemmeno una questione personale con l’assessore Colelli, che è da ammirare per il suo instancabile impegno operaio. È qualcosa di più grande e, proprio per questo, più amaro.

È la rappresentazione di una politica locale che sembra avere sempre più difficoltà a distinguere ciò che decide da ciò che semplicemente esegue.
E quando questa distinzione viene meno, il cittadino finisce per essere trattato come uno spettatore al quale basta confezionare una buona narrazione.
Ma i vibonesi non sono bambini.
Ci sono quelli veraci, quelli arrivati da fuori e ormai più vibonesi dei vibonesi, quelli che votano ancora con convinzione e quelli che invece hanno smesso di farlo perché hanno smesso, prima ancora, di credere che la politica possa cambiare qualcosa.
Sono tanti. E forse sono soprattutto stanchi.
Stanchi di comunicati che raccontano l’ordinario come straordinario. Stanchi delle fotografie, delle inaugurazioni, dei «passaggi importanti» annunciati come conquiste. Stanchi di una politica che sembra preoccuparsi più di chi mette il proprio nome sotto un risultato che del risultato stesso.
Perché il problema vero, quello che riguarda l’acqua, non è chi abbia proposto l’acquisizione delle quote. Il problema è che cosa accadrà dopo.
Chi controllerà davvero le reti? Chi risponderà delle perdite? Chi interverrà quando un quartiere rimarrà senz’acqua? Chi garantirà manutenzione, tempestività, efficienza? Che fine farà il patrimonio di conoscenze accumulato negli anni dagli uffici comunali? E soprattutto: quale sarà il ruolo di Vibo Valentia quando la gestione passerà definitivamente dentro il sistema regionale?
Queste sono le domande politiche.
Il resto è comunicazione.
E proprio qui si avverte un certo sconforto. Perché Vibo Valentia avrebbe bisogno di una politica capace di discutere il futuro, non di contendersi la paternità degli atti che quel futuro lo impone per legge.
Una politica che sappia dire ai cittadini anche le cose scomode. Che sappia ammettere: «Questo non lo abbiamo deciso noi, lo stabilisce la Regione. Noi dobbiamo applicarlo e, semmai, vigilare perché funzioni».
Sarebbe molto meno spettacolare. Ma sarebbe politica. Quella vera. Quella che non ha bisogno di intestarsi un atto dovuto per dimostrare di esistere.
E qui, forse, sta il punto più triste della vicenda: se persino una presa d’atto diventa occasione per celebrare una presunta conquista politica, significa che abbiamo abbassato terribilmente l’asticella di ciò che consideriamo amministrare una città.
A Vibo Valentia non servono medaglie di cartone.
Servono idee, coraggio, capacità di governo e soprattutto una classe dirigente che abbia il pudore di non attribuirsi meriti che non possiede.
Perché i cittadini possono anche non conoscere nei dettagli una legge regionale, un trasferimento di competenze o una procedura societaria. Ma non sono stupidi.
E prima o poi si accorgono della differenza tra chi fa politica e chi racconta di farla.
La domanda, allora, rimane quella più semplice e più difficile insieme: dov’è finita la politica?
Quella vera, s’intende.
Quella che non ha bisogno di prendersi il merito dell’atto dovuto, perché preferisce misurarsi sulle cose che può davvero decidere.
A Vibo Valentia, oggi, sembra quasi che basti poco per sentirsi statisti. E forse è proprio questo che dovrebbe preoccuparci. Più dell’acqua che passa da una società all’altra.










