Una riflessione prendendo spunto della dichiarazione di “incandidabilità” di Mimmo Lucano (e del ricorso presentato) alle imminenti elezioni regionali in Calabria
di Maurizio Bonanno
La questione relativa la “incandidabilità” di Mimmo Lucano escluso a norma di legge (la famigerata Legge Severino) dalle liste di Avs alle imminenti elezioni regionali in Calabria, ripropone una questione ben più significativa e di valore partendo da un principio (a me caro): la democrazia liberale si fonda su un principio semplice ma fondamentale: tutti i cittadini, senza eccezioni, devono poter partecipare alla vita politica e concorrere alle cariche elettive. Ogni limitazione a questo diritto rischia di trasformarsi in una distorsione della rappresentanza, consegnando al potere giudiziario o a norme discutibili la facoltà di decidere chi può o non può essere scelto dagli elettori.
In una democrazia liberale il principio è chiaro: tutti devono poter partecipare alla vita politica. Non sono le leggi, e nemmeno i tribunali, a decidere chi può sedere in Parlamento, ma il popolo con il suo voto.
Invece, in Italia, due strumenti legislativi hanno inciso profondamente su questo equilibrio: la legge Severino e la limitazione dell’immunità parlamentare. Entrambi nati con l’intento dichiarato di rafforzare la trasparenza e la legalità, hanno però prodotto effetti che oggi sollevano serie perplessità.
La legge Severino, introdotta nel 2012, stabilisce l’incandidabilità e la decadenza automatica per chi sia stato condannato, anche in via non definitiva, per determinati reati. Il caso di Silvio Berlusconi, espulso dal Senato nel 2013, è l’emblema più noto: un leader politico estromesso non già da una scelta elettorale, ma da un automatismo legislativo.
Un Paese veramente democratico e liberale deve avere fiducia nel proprio popolo. E se il popolo vuole eleggere Mimmo Lucano, Silvio Berlusconi o chiunque altro, nessuna legge dovrebbe impedirglielo. In sostanza, chi deve decidere se Lucano meriti o meno di rappresentare i cittadini calabresi? La magistratura o l’elettorato?
La vera questione è proprio questa: una democrazia liberale non può privare i cittadini del diritto di scegliere liberamente i propri rappresentanti, anche se questi hanno vicende giudiziarie in corso. Il voto popolare deve essere l’ultima parola.
Non si tratta di assolvere nessuno: i processi continuino il loro corso. Ma la politica deve restare su un altro piano. Ecco perché abrogare la Severino – è il mio modesto pensiero – ha valore: perché significa restituire sovranità agli elettori e non – come certi intransigenti giustizialisti vorrebbero far credere – spalancare le porte all’illegalità.
Lo stesso vale per l’immunità parlamentare. Presentata come un privilegio, era in realtà una garanzia di libertà del mandato, uno scudo contro pressioni e ricatti. Oggi il rischio è che la magistratura possa incidere in modo sproporzionato sulla rappresentanza politica.
L’immunità parlamentare è in realtà una garanzia per la libertà del mandato. Senza di essa, i rappresentanti rischiano di subire pressioni e ricatti giudiziari che possono condizionare la loro attività legislativa. In passato, non bisogna nasconderlo, l’immunità è stata abusata; ma la sua abolizione quasi totale ha lasciato spazio a un potere giudiziario che, di fatto, può limitare la sovranità popolare.
Ripristinare una forma equilibrata di immunità significherebbe ristabilire un argine: i parlamentari devono poter svolgere il loro lavoro senza il timore costante di essere strumentalmente colpiti da procedimenti giudiziari. La separazione dei poteri si difende anche così.
Il caso Berlusconi resta un capitolo doloroso della storia recente: il leader di Forza Italia fu privato del suo seggio per effetto della legge Severino, nonostante rappresentasse milioni di elettori.
Una democrazia matura dovrebbe avere il coraggio di riconoscere gli errori e di porvi rimedio, anche simbolicamente. Restituire post mortem il seggio al Senato significherebbe non solo rendere giustizia a una figura politica controversa ma decisiva, ma anche riaffermare il principio che nessuna legge può cancellare la volontà degli elettori.
Ecco perché abrogare la legge Severino e ripristinare l’immunità parlamentare sono due atti legislativi che non equivalgono a favorire l’illegalità. Al contrario, questa azione significa riconoscere che la giustizia penale e la democrazia politica appartengono a due piani distinti. La prima giudica i reati, la seconda affida il potere a chi è scelto dai cittadini. Confondere i due ambiti significa minare la legittimità stessa delle istituzioni.
Un Paese maturo deve avere il coraggio di correggere i propri errori.
Consentire a Lucano di candidarsi alle Regionali in Calabria e restituire simbolicamente a Berlusconi il seggio che la Severino gli tolse hanno il valore di rimettere il popolo al centro: questa sarebbe una vera riforma liberale!










