Il calendario scolastico non può diventare il condizionatore che negli edifici non è mai stato installato. Studiare è un diritto, ma è anche impegno e responsabilità
di Antonella Moschella
Quella del 2026 è stata un’estate rovente, segnata da temperature molto elevate già dalle prime ore del mattino. Un caldo che non ha aspettato settembre per entrare nelle scuole.
Lo hanno sperimentato gli studenti impegnati nelle prove scritte degli Esami di Stato, lo hanno vissuto i docenti e i ragazzi che durante l’estate hanno frequentato i corsi di recupero per colmare i debiti formativi e lo stanno vivendo ancora oggi, mentre temperature tipicamente estive accompagnano l’avvicinarsi dell’inizio del nuovo anno scolastico.
Il caldo, dunque, è un problema reale e sarebbe sbagliato minimizzarlo, ma proprio perché è diventato un fenomeno sempre meno eccezionale, non può trasformarsi ogni anno nel motivo per rinviare l’apertura delle scuole aspettando che il termometro scenda.
La proposta avanzata dal sindaco di Dinami di posticipare l’inizio delle lezioni dal 15 settembre al 1° ottobre o, in alternativa, almeno al 22 settembre, apre quindi una riflessione che va ben oltre una semplice modifica del calendario scolastico.
Tutelare la salute e il benessere degli studenti e del personale è certamente un dovere, ma lo è altrettanto garantire il diritto all’istruzione.
Nel mondo milioni di bambini e ragazzi frequentano scuole in territori caratterizzati da temperature molto più elevate delle nostre. Questo non significa sostenere che il caldo debba essere sopportato passivamente o che bambini e lavoratori debbano rimanere per ore in ambienti invivibili. Significa, piuttosto, comprendere che il problema deve essere affrontato attraverso l’organizzazione delle attività e, soprattutto, attraverso l’adeguamento degli edifici.
Ed è proprio qui che emerge una contraddizione che viene da lontano.
Per decenni troppe strutture scolastiche non sono state messe nelle condizioni di garantire un adeguato comfort climatico. D’inverno ci sono aule nelle quali si soffre il freddo; a maggio, giugno e settembre altre diventano eccessivamente calde.
Eppure il cambiamento climatico non è iniziato ieri.
Negli uffici amministrativi il riscaldamento e climatizzazione sono ormai considerati elementi normali per garantire condizioni adeguate di lavoro. In moltissime scuole, invece, studenti, docenti e personale continuano a convivere con edifici che non sono stati sufficientemente adeguati né al caldo né al freddo.
Perché?
Uno studente ha forse meno diritto al benessere di chi trascorre la propria giornata lavorativa dietro una scrivania?
La scuola è il luogo di lavoro dei docenti e di tutto il personale, ma è anche il luogo nel quale bambini e ragazzi svolgono quotidianamente il loro compito fondamentale: studiare.
E studiare è, a suo modo, un lavoro. Richiede attenzione, concentrazione, costanza, responsabilità, disciplina e impegno. Tutte condizioni che diventano certamente più difficili da mantenere quando la temperatura di un’aula è eccessiva.
Proprio per questo bisognerebbe migliorare le condizioni nelle quali si studia, non rinunciare alla scuola aspettando che cambi il tempo.
Va considerato, inoltre, che non tutti gli edifici scolastici sono uguali. Esistono strutture più antiche, con muri spessi, soffitti alti e caratteristiche costruttive che possono renderle meno afose, mentre altri edifici, per esposizione e caratteristiche strutturali, possono raggiungere temperature molto più elevate. Una soluzione generalizzata rischierebbe quindi di trattare nello stesso modo realtà profondamente diverse.
Con l’autonomia scolastica, ogni dirigente può adottare, nei limiti delle proprie competenze e della normativa vigente, soluzioni organizzative adeguate alle esigenze concrete del proprio istituto.
Proprio per questo non tutte le scuole devono necessariamente affrontare il problema del caldo nello stesso modo.
C’è poi un altro aspetto sul quale riflettere.
Durante l’estate molti adolescenti lavorano. Lo fanno nella ristorazione, negli stabilimenti balneari, nelle strutture turistiche, in agricoltura e nelle numerose attività stagionali.
Ed ancora, c’è un altro aspetto: quello dei genitori che lavorano. Durante il periodo estivo molte famiglie, non potendo lasciare i bambini a casa da soli, sono costrette ad affidarli a strutture private, centri estivi o altre attività organizzate, sostenendo anche costi considerevoli. Posticipare l’apertura delle scuole significherebbe prolungare ulteriormente questa necessità e aggiungere un altro peso economico e organizzativo sulle famiglie.
Diventa allora difficile sostenere che il 15 settembre, indistintamente per tutti, il caldo debba rendere impossibile entrare in un’aula.
Questo non significa ignorare le temperature elevate. Al contrario, significa affrontarle con soluzioni concrete.
Nell’attesa che gli edifici scolastici vengano finalmente adeguati alle nuove condizioni climatiche, si potrebbe prevedere, nelle giornate particolarmente calde e nelle scuole che presentano effettive criticità, una rimodulazione temporanea dell’orario scolastico.
Si potrebbe anticipare l’ingresso al mattino, sfruttando le ore più fresche della giornata, ridurre temporaneamente la durata delle singole lezioni e consentire l’uscita prima del picco delle temperature.
Sarebbe una soluzione di equilibrio: non costringere studenti e lavoratori a trascorrere troppe ore in ambienti eccessivamente caldi, ma neppure privare i ragazzi di settimane di scuola.
Perché adattarsi al cambiamento climatico non significa sospendere le attività ogni volta che il termometro sale. Significa imparare a organizzarle diversamente.
E la scuola dovrebbe insegnare anche questo: davanti a una difficoltà si cercano soluzioni, non ci si ferma.
Naturalmente dovrebbero essere previste attenzioni particolari per i bambini più piccoli, per gli studenti con specifiche fragilità e per tutte quelle situazioni nelle quali le condizioni ambientali possano rappresentare un concreto rischio per la salute.
Ma la soluzione strutturale rimane un’altra.
Le istituzioni devono finalmente investire nell’adeguamento degli edifici scolastici al clima che è cambiato: isolamento termico, schermature solari, ventilazione adeguata, efficientamento energetico e sistemi di climatizzazione dove necessari.
Perché se oggi si propone di rinviare l’apertura per il caldo di settembre, cosa accadrà domani se le temperature estive continueranno fino a ottobre? E cosa si farà a maggio e giugno, quando il problema si ripresenterà? Si anticiperà la chiusura dell’anno scolastico?
Non si può costruire il calendario dell’istruzione inseguendo il termometro.
Il calendario scolastico non può diventare il condizionatore che negli edifici non è mai stato installato.
Il caldo non può fermare la scuola. Può e deve, invece, costringere le istituzioni ad affrontare finalmente un problema rimasto per troppo tempo senza una risposta strutturale.
Studiare è un diritto, ma è anche impegno e responsabilità. E una società che considera davvero importante l’istruzione non chiude le porte della scuola aspettando che arrivi il fresco: crea le condizioni perché quelle porte possano rimanere aperte, con il caldo e con il freddo.
La scuola è come un albero: deve saper resistere alle stagioni. Non si può smettere di coltivarlo quando il sole brucia né abbandonarlo quando arriva il freddo; bisogna proteggerne le radici e creare le condizioni perché continui a dare frutti.
Non possiamo spostare il sole, ma possiamo rendere le nostre scuole capaci di affrontarlo.
Perché la vera risposta alle difficoltà non è chiudere una porta, ma trovare il modo giusto per continuare a tenerla aperta.
E dietro quella porta c’è il futuro dei ragazzi.
Il cambiamento climatico chiede di cambiare le strutture e l’organizzazione, non di rinunciare alla scuola.







