La parola d’ordine non può essere panico. Deve essere tempestività. Coldiretti: «Nessun allarmismo, ma attenzione massima». Gli agronomi: «La diagnosi precoce è decisiva»
La Xylella è arrivata in Calabria. E stavolta non è un’ipotesi, né un timore da agitare come uno spettro: la presenza del batterio è stata accertata scientificamente in un focolaio individuato in contrada Olivetella, nel territorio di Taurianova, nel Reggino.
È una notizia che preoccupa inevitabilmente una regione nella quale l’olivo non rappresenta soltanto una coltura, ma una parte profonda del paesaggio, dell’economia rurale e della stessa identità calabrese. Ma proprio perché la posta in gioco è alta, la parola d’ordine non può essere panico. Deve essere tempestività.
La Regione Calabria ha già attivato il tavolo di crisi e adottato le misure fitosanitarie previste. Il decreto regionale, emanato a seguito degli accertamenti, ha certificato la positività di sette piante di olivo sulle 35 campionate e ha istituito una zona infetta di 50 metri attorno al focolaio e una zona cuscinetto di 2,5 chilometri, comprendente porzioni dei territori di Taurianova, Cittanova e Terranova Sappo Minulio.
Nella zona infetta scatteranno le procedure di eradicazione previste dalla normativa, mentre nella fascia cuscinetto sarà rafforzata la sorveglianza fitosanitaria. Sono inoltre previste limitazioni alla movimentazione delle piante sensibili.
Una risposta che Coldiretti Calabria giudica positivamente, sottolineando proprio la tempestività con cui il Dipartimento Agricoltura ha individuato il focolaio e la Regione ha attivato le procedure.
«La rapidità con cui la Regione ha attivato il tavolo di crisi e adottato le misure previste è essenziale», afferma il presidente di Coldiretti Calabria Franco Aceto, assicurando che l’organizzazione metterà a disposizione delle istituzioni e delle imprese la propria rete territoriale, l’assistenza tecnica e la presenza sul territorio.
Ma Aceto richiama anche alla necessità di evitare allarmismi: «È importante mantenere alta l’attenzione, ma senza generare allarmismi». Perché il focolaio, al momento, è circoscritto e proprio la sua individuazione precoce offre una possibilità concreta di contenerne l’eventuale espansione.
Interviene anche la Federazione regionale degli Ordini dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali della Calabria.
Il presidente Alessandro Guagliardi mette in fila i tre elementi che dovranno guidare la risposta: scienza, istituzioni e competenze professionali.
L’accertamento, sottolineano gli agronomi, è stato effettuato attraverso sopralluoghi, campionamenti e analisi molecolari condotte dai laboratori ufficiali, con la validazione del Laboratorio fitosanitario regionale e del Laboratorio nazionale di riferimento del CREA Difesa e Certificazione.
Non è dunque il momento delle impressioni, delle diagnosi improvvisate o delle iniziative individuali. È il momento di affidarsi ai dati: «La diagnosi precoce rappresenta il principale fattore sul quale possiamo ancora intervenire per evitare che un focolaio circoscritto si trasformi in un problema territoriale di ben altra dimensione», sottolinea Guagliardi.
Il problema è che, allo stato attuale, non esiste un trattamento capace di eliminare il batterio da una pianta infetta in pieno campo. Per questo la strategia deve essere necessariamente integrata: sorveglianza, diagnosi, eradicazione delle piante previste dalla normativa, controllo degli insetti vettori e rigorosa disciplina della movimentazione del materiale vegetale.
Ed è proprio qui che la partita potrebbe diventare decisiva.
La Xylella colonizza i vasi xilematici delle piante e viene trasmessa da insetti che si alimentano della linfa. Per il focolaio calabrese vengono richiamati, tra i principali vettori, anche Philaenus spumarius, Neophilaenus campestris e Philaenus italosignus.
Significa che non basta individuare e rimuovere le piante positive. Bisogna controllare il territorio nel suo insieme, monitorare la presenza e la dinamica dei vettori, intervenire sulla vegetazione che ne favorisce lo sviluppo e impedire che il batterio possa viaggiare attraverso piante e materiale vegetale.
Ed è qui che la preoccupazione assume una dimensione più ampia.
Perché se la Xylella dovesse riuscire a diffondersi, il danno non si fermerebbe alla perdita di qualche ulivo. A rischio ci sarebbero reddito delle aziende agricole, occupazione, valore dei terreni, vivaismo, produzione olearia e intera filiera agroalimentare.
E insieme all’economia verrebbe colpito anche qualcosa di meno facilmente quantificabile: il paesaggio.
Gli uliveti calabresi sono parte integrante della fisionomia di vaste aree della regione. Sono storia, agricoltura e cultura. La loro eventuale distruzione significherebbe modificare un paesaggio costruito nel corso di generazioni.
Per questo Michele Valenzise, presidente dell’Ordine dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali della provincia di Reggio Calabria, insiste sulla necessità di non contrapporre tutela del paesaggio e tutela fitosanitaria: «Il paesaggio olivicolo è un sistema vivente, produttivo e culturale», osserva, ricordando che quando la normativa impone interventi di eradicazione questi devono essere eseguiti con rigore, proporzionalità, tracciabilità e sotto il controllo del Servizio fitosanitario.
Ma c’è un altro aspetto che non può essere trascurato: chi sostiene i costi dell’emergenza?
Gli agronomi chiedono che alle misure fitosanitarie siano affiancati adeguati strumenti economici. Indennizzi, sostegno alla continuità aziendale, assistenza tecnica, eventuale riconversione produttiva, futuro reimpianto e aiuti alle imprese vivaistiche che dovessero essere coinvolte dalle restrizioni. Perché sarebbe difficile chiedere agli agricoltori di farsi carico da soli dei costi di una battaglia che riguarda la tutela di un patrimonio collettivo.
Il Piano d’azione predisposto dal Servizio fitosanitario regionale stabilisce procedure precise per eradicazione, distruzione, monitoraggio, controllo dei vettori e movimentazione delle piante. Ma la vera sfida sarà continuare a controllare anche quando i riflettori si saranno spenti.
La delimitazione dell’area potrà essere revocata soltanto dopo quattro anni consecutivi senza nuove rilevazioni del batterio. Un arco temporale che rende evidente quanto questa emergenza non possa essere affrontata con una fiammata iniziale di attenzione per poi tornare alla normalità.
Servirà continuità.
E servirà soprattutto mettere attorno allo stesso tavolo Regione, Servizio fitosanitario, ARSAC, CREA, università, enti di ricerca, amministrazioni locali, agronomi e rappresentanze degli agricoltori.
Gli Ordini professionali chiedono infatti un tavolo tecnico-scientifico permanente, capace di mettere a sistema competenze e informazioni.
È una richiesta ragionevole. Perché davanti a un organismo che non conosce confini amministrativi, la risposta non può essere frammentata.
La Xylella, dunque, impone alla Calabria una prova di maturità. Né minimizzare, né drammatizzare.
Non serve trasformare Taurianova nel simbolo di una catastrofe già compiuta. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile considerare il focolaio come un episodio marginale.
La lezione arrivata da altre aree colpite dal batterio dovrebbe bastare a comprendere cosa c’è in gioco.
Oggi la parola più importante è prevenzione. Domani potrebbe diventare contenimento. E se si dovesse perdere tempo, potrebbe arrivare quella più dolorosa: emergenza.
La Calabria ha ancora dalla sua parte un elemento fondamentale: la possibilità di intervenire quando il fenomeno appare circoscritto. Adesso bisognerà dimostrare di saperlo fare.
Con la scienza al comando, le istituzioni presenti, gli agricoltori accompagnati e una rete di controllo che non si limiti a fotografare il problema, ma lo segua giorno dopo giorno.
Perché difendere gli ulivi calabresi, oggi, significa molto più che difendere una coltura. Significa difendere un pezzo di Calabria.









