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Violenza sui campi di calcio: i fatti di Francica, una ferita aperta che chiama tutti alla responsabilità

Violenza sui campi di calcio: i fatti di Francica, una ferita aperta che chiama tutti alla responsabilità

da Maurizio
28 Novembre 2025
in editoriale, sport
Tempo di lettura: 4 minuti
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La Calabria si interroga dopo l’aggressione al giovane arbitro. La responsabilità non è soltanto del singolo aggressore: riguarda dirigenti, allenatori, tifosi, genitori. Riguarda tutti

La violenza contro gli arbitri non è soltanto un problema sportivo: è un segno inquietante di un malessere sociale più profondo, che trova nel campo di calcio un palcoscenico per manifestarsi. L’ennesimo episodio, avvenuto nel Vibonese ai danni di un arbitro di soli 17 anni, ha scosso con forza l’intero movimento calcistico calabrese. Un ragazzo, mandato a dirigere una gara di Seconda categoria, è stato aggredito da un uomo adulto, un calciatore che avrebbe potuto essergli padre. È un fatto che interroga, prima ancora che indignare.

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Non sorprende, dunque, che l’inaugurazione della nuova sede Figc/Lnd di Vibo Valentia — dedicata ad Angelo Ceravolo, figura storica del calcio vibonese — si sia trasformata in un momento di profonda riflessione. I vertici regionali dell’AIA e della Figc, Francesco Filomia e Saverio Mirarchi, insieme al presidente provinciale dell’AIA Nazzareno Manco, hanno voluto lanciare un messaggio chiaro: la violenza non può più essere tollerata.

Il primo a intervenire è stato Nazzareno Manco, visibilmente provato. Le sue parole hanno messo a nudo una verità che spesso viene ignorata: gli arbitri sono per la maggior parte ragazzini di 15, 16, 17 anni, ancora in formazione, che commettono errori esattamente come i giovani calciatori delle società che oggi puntano il dito. Ma mentre per questi ultimi esiste comprensione, per gli arbitri non c’è né tolleranza né perdono.

Il suo è stato un appello non solo di difesa, ma di responsabilità collettiva. «Sono sempre aperto al dialogo — ha detto — ma così non si può andare avanti».

Una denuncia che pesa, perché arriva da chi vive ogni settimana i campi della provincia e ne conosce perfettamente dinamiche e tensioni.

Il presidente regionale dell’AIA, Francesco Filomia, ha aggiunto un tassello ancora più inquietante: secondo l’Osservatorio sulla violenza, Vibo Valentia risulta al primo posto in Calabria per episodi simili. Parole che feriscono l’immagine di un territorio noto per ospitalità e calore umano.

Il suo intervento è stato segnato da un forte sentimento di amarezza. Il pensiero di un padre che vede il proprio figlio minorenne picchiato da un adulto pesa come un macigno: «Che senso ha tutto ciò?», si è chiesto, ricordando che gli arbitri saranno tutelati in ogni sede. E ha ribadito un concetto fondamentale: errori arbitrali ce ne sono, ma non sono certo superiori a quelli commessi da giocatori e tecnici. Perché, allora, questa asimmetria nella sopportazione?

Ancora più duro l’intervento di Saverio Mirarchi, presidente regionale della LND. Le sue parole hanno un sapore amaro: il calcio calabrese aveva compiuto progressi enormi nella riduzione degli episodi di violenza. Ora sembra di essere ripiombati nel passato.

Mirarchi ha ricordato gli sforzi condivisi: investimenti sui campi, dialogo continuo con le istituzioni, sacrifici sostenuti da dirigenti che lavorano per passione, non certo per profitto. Tutto questo rischia di essere oscurato da gesti incivili che finiscono sui giornali e gettano discredito sull’intera regione.

La sua domanda è semplice e terribile: «Qual è la soddisfazione di aver picchiato un giovane?»
Pare non esserci risposta che possa in qualche modo giustificare un simile comportamento.

Alla riunione era presente anche il presidente del Francica, la società del giocatore responsabile dell’aggressione. Visibilmente colpito, ha espresso le scuse del club, sottolineando come quel gesto non rappresenti i valori della società. Anche il calciatore ha scritto una lettera di scuse. Segnali importanti, ma che non possono cancellare l’accaduto.

Nel frattempo, la Questura ha identificato l’autore dell’aggressione e il Questore ha emesso un Daspo di cinque anni, la sanzione massima prevista per chi non è recidivo. Un provvedimento severo, che vuole essere un monito per chiunque pensi che un campo di calcio possa diventare zona franca.

Questo episodio, per quanto grave, è solo la punta dell’iceberg. Rivela un clima che si respira troppo spesso nelle categorie dilettantistiche: pressioni esagerate, tensioni fuori misura, adulti che perdono il controllo davanti a un ragazzo che fischia un fallo.

Il calcio dovrebbe essere educazione, crescita, confronto, passione. Se un arbitro minorenne viene pestato, significa che stiamo tradendo la missione stessa dello sport. La responsabilità non è soltanto del singolo aggressore: riguarda dirigenti, allenatori, tifosi, genitori. Riguarda tutti.

Il messaggio uscito da Vibo Valentia è forte e necessario: non c’è più spazio per la violenza sui campi di calcio. Bisogna isolare i violenti, sostenere i giovani arbitri, lavorare sulla cultura sportiva. Perché ogni arbitro che smette a causa della paura è una sconfitta per tutto il movimento. E perché nessun ragazzo dovrebbe tornare a casa da una partita con lividi sul corpo e ferite nell’anima.

Il calcio calabrese, come ricordato da Mirarchi, ha oltre cent’anni di storia. Una storia fatta di sacrifici, passione e comunità. Non può e non deve essere macchiata da gesti di barbarie. Il Daspo firmato a Vibo Valentia è un segnale importante, ma non sufficiente: la vera partita si gioca nella cultura sportiva che ogni società, ogni allenatore e ogni tifoso deve contribuire a costruire.

Solo così episodi come questo potranno finalmente appartenere al passato.

Tags: aiaarbitrocalabriacalciofigcfrancicaLNDresponsabilitàviolenza

Maurizio

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