Riflessioni sulle pagine del Vangelo di domenica 28 giugno
di Mons. Giuseppe Forillo
Carissime, carissimi
il brano del Vangelo di questa 13ª domenica del tempo ordinario conclude il discorso missionario, rivolto agli Apostoli, inviati ad annunziare il regno di Dio ed a realizzare, così, un mondo nuovo.
Andiamo al testo di Matteo: “In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà ,e che avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato. Gli accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».” (Matteo 10,37-42).
Al centro di questo brano, c’è un parlare di Gesù per paradosso. Il paradosso è una figura letteraria, un’affermazione, un’opinione che, per il suo contenuto, appare contraria all’opinione comune e riesce perciò ad essere sorprendente o incredibile. Per Gesù il paradosso, che ci propone oggi, è questo: per vivere bisogna morire, per vincere bisogna perdere, per ricevere bisogna donare.
In questa pagina abbiamo tre paradossi.
Primo paradosso.
“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: chi ama padre o madre più di me non è degno di me. Chi ama il figlio o figlia più di me non è degno di me”.
Mettere nelle relazioni familiari il messaggio di Gesù al primo posto è raggiungere un amore più pieno e più oblativo. Gesù aggiunge sempre e non toglie mai. All’amore dei genitori verso i figli aggiunge impegno a consolidare radici e dare robuste ali per spaziare sempre più un alto. Al desiderio di vedere egoisticamente nei figli la propria bella copia aggiunge l’umiltà di lasciare ai figli la libertà di scegliere le strade da percorrere. Bene ha scritto San Paolo nell’interpretare la gratuità di questo amore: “l’amore è paziente, è benigno l’amore, non è invidioso l’amore, non si vanta, non si gonfia”. (1 Corinzi 13, 4- 6).
Secondo paradosso.
“Chi non prende la propria croce e non mi segue non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà”.
Quando Gesù pronunzia queste parole gli ascoltatori sapevano cos’era la croce, perché, quasi ogni giorno, vedevano sulla collina del Golgota morire, tra forti lamenti, gente crocefissa. E poi, nella memoria collettiva del popolo, era ancora fresco il ricordo della crocefissione di duemila zeloti, tutti crocefissi in un giorno, per volere di Quintilio Varo, governatore della Siria, avvenuta circa trent’anni prima dell’era cristiana. Nonostante queste immagini e queste memorie, Gesù propone la croce, quale completa dedizione a Lui, per affrontare l’ostilità del mondo fino all’offerta della propria vita. Ed è spendendo la propria vita per gli altri che cresce la nostra gioia e dà pieno senso al nostro vivere!
E la crocefissione continua, oggi, in senso fisico (quanti cristiani, nel mondo ogni anno, vengono letteralmente uccisi per il Vangelo!) ed in senso morale (quanti valori cristiani vengono messi in soffitta!). “Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo”.(Blaise Pascal, Pensieri numero 553).
Terzo paradosso.
“Chi accoglie voi accoglie me,e chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato”.
In contrapposizione alla persecuzione ed al tradimento del messaggio evangelico c’è l’accoglienza, alla quale Gesù dà molta importanza, perché Lui è sempre con la gente, con la quale condivide gioie e dolori, attese e speranze. Il popolo di Dio, secondo quanto chiede Gesù, è chiamato a dare accoglienza ai profeti, ai predicatori itineranti, ai giusti, ai cristiani autentici, ai piccoli, ai credenti e non, a tutti i bisognosi di aiuto che bussano alle porte del nostro ricco mondo. Accogliere un piccolo, poi, è accogliere Gesù stesso: “tutto quello che avete fatto ad uno solo di questi piccoli, l’avete fatto a me”. (Matteo 25, 40).
Bisogna accogliere , ma in maniera preferenziale bisogna accogliere sempre i più piccoli, perché così si manifesta l’amore, con le opere, a quel Gesù che in vita ha sempre accolto tutti, ma in maniera particolare, i reietti della terra: ciechi, zoppi, lebbrosi, prostitute, pubblicani… Oggi la comunità umana accoglie con molta lentezza. Spende molto più in opere di morte che in opere di vita.
E noi, comunità cristiana, siamo capaci di farci soggetto di accoglienza col dare un bicchiere d’acqua a chi ce lo chiede, fare una visita a chi è nel dolore, concedere un sorriso al primo sconosciuto del mattino?
Tutto il vangelo è nella teologia della croce, sì, ma tutto il vangelo è, ancor di più, in un bicchiere d’acqua fresca dato all’assetato.
Buona domenica con la certezza che basta dare, con amore, un bicchiere d’acqua fresca per avere un posto nel cuore di Dio!
Don Giuseppe Fiorillo







