Adesso la sveglia è suonata, ma Vibo Marina non ha bisogno di nuove promesse. Ha bisogno di una strategia, perché tutto deve partire dal porto
Meglio tardi che mai. Ma, a Vibo Marina, il problema è che il “tardi” dura da tempo memorabile!
Adesso il Comune di Vibo Valentia ha scoperto che il porto può essere una porta sul Mediterraneo, che le Eolie non sono poi così lontane e che quel collegamento marittimo può diventare una straordinaria occasione di sviluppo. Ha scritto alla Regione Calabria, ha chiesto un tavolo permanente, ha chiesto più corse, risorse e persino un capitolo di bilancio per il 2027.
Tutto giusto. Anzi, finalmente.
Ma viene spontanea una domanda, una di quelle domande che sarebbe meglio non fare quando tutti sono contenti di aver trovato una buona idea: perché soltanto adesso?
Perché il porto di Vibo Marina non è comparso ieri sulle mappe. E nemmeno le Eolie. Non è di ieri il fatto che Vibo Marina rappresenti una naturale porta della Calabria tirrenica verso l’arcipelago siciliano.
Chi scrive lo sosteneva già un quarto di secolo fa, quando, nella Giunta guidata da Alfredo D’Agostino, ricoprendo l’incarico di assessore, provava a indicare proprio nel porto il punto di partenza di una strategia di sviluppo per Vibo Marina.
Da allora è cambiato il mondo.
Gioia Tauro è diventato uno dei grandi porti del Mediterraneo. Tropea ha costruito progressivamente la propria fortuna anche attraverso il suo rapporto con il mare ed il suo porto turistico. Vibo Marina, invece, ha continuato a cercare il proprio posto, riuscendo comunque a conquistare un ruolo importante nel collegamento con le Eolie.
Ma lo ha fatto soprattutto grazie all’imprenditoria privata e al sostegno della Regione Siciliana. La Calabria, nel frattempo, dov’era?
Questa è la domanda che non può essere rimossa dall’entusiasmo per l’iniziativa del Comune.
Perché se oggi Palazzo Luigi Razza chiede alla Regione di svegliarsi, bisogna riconoscere che quella sveglia sarebbe dovuta suonare molto prima. E se oggi la FIT-CISL Calabria rilancia la necessità di un intervento regionale, ricordando di aver sollevato la questione già negli anni passati, diventa ancora più evidente quanto tempo sia stato perso.
Naturalmente, meglio tardi che mai. Ma venticinque anni sono troppi per accorgersi di ciò che il mare aveva già detto a tutti.
Ed è proprio qui che la vicenda del collegamento Vibo Marina-Eolie smette di essere una semplice questione di corse marittime e diventa una questione politica.
Perché il punto non è soltanto chiedere che una nave parta più spesso. Il punto è decidere che cosa Vibo Marina vuole essere.
E, soprattutto, che cosa la Calabria vuole che Vibo Marina diventi.
Il porto non può essere ridotto a una sola funzione. La sua forza sta esattamente nella pluralità delle sue vocazioni: turistico, commerciale, marinaresco, industriale, diportistico, infrastruttura per i trasporti e collegamento naturale tra la Calabria e le Eolie.
Non bisogna scegliere quale di queste vocazioni salvare. Bisogna avere una strategia capace di farle convivere.
Per questo la richiesta del Comune alla Regione è importante. Ma proprio perché è importante, non può essere l’ennesimo documento destinato a finire in qualche cassetto amministrativo. Una passerella estiva per pulirsi la coscienza e poter dire “noi qualcosa l’abbiamo fatta”.
La proposta di un tavolo tecnico permanente è condivisibile. Così come lo è l’idea di coinvolgere Regione Calabria, Regione Siciliana, Comune, Autorità di sistema portuale, Liberty Lines, Camera di Commercio, associazioni di categoria, operatori turistici e sindacati. Ma un tavolo serve a poco se non produce decisioni. Se nonè apparecchiato con le giuste pietanza: idee, programmazione, progetto,visione.
Servono risorse. Servono più corse. Serve arrivare a un collegamento quotidiano. Serve costruire un vero sistema di accoglienza. Serve una stazione marittima adeguata. Servono servizi all’altezza di un porto che aspira a diventare hub della Calabria tirrenica.
Perché c’è un’altra verità elementare che rischiamo di dimenticare: non basta portare i turisti a Vibo Marina. Bisogna essere capaci di accoglierli.
E qui torna in campo la responsabilità delle istituzioni, della Regione Calabria.
Finora la Regione Siciliana ha sostenuto il collegamento. Gli imprenditori hanno fatto la loro parte. Gli operatori hanno intercettato una domanda crescente.
Adesso deve farla la Calabria.
Non per concedere qualcosa a Vibo Marina, ma per investire in una propria infrastruttura strategica.
Perché il collegamento con le Eolie non è soltanto una tratta turistica. È una possibile direttrice economica, commerciale e turistica capace di mettere in relazione la Costa degli Dei con un mercato molto più vasto.
E allora sì: ben venga la sveglia suonata dal Comune.
Ma sarebbe bene che fosse una sveglia vera. Perché dopo venticinque anni da quel “vecchio” intervento dell’allora assessore sostenuto dall’allora sindaco, non servono altre buone intenzioni.
Serve che qualcuno, finalmente, si alzi dal letto.
Da troppo tempo questo pezzo di città vive sospeso tra ciò che potrebbe essere e ciò che ancora non è. Un centro strategico, una porta sul Mediterraneo, un luogo naturalmente proiettato verso il mare, ma ancora alla ricerca di quel posizionamento che dovrebbe essere la premessa di qualsiasi seria politica di sviluppo.
Eppure la direzione è scritta nella sua stessa geografia.
Tutto deve partire dal porto.
Altrimenti rischiamo di costruire una grande opportunità sulla base di un’infrastruttura che non è ancora pronta a sostenerla.
E qui arriviamo al punto centrale.
Le Eolie non devono essere considerate soltanto una destinazione da raggiungere da Vibo Marina. Devono diventare una parte di una più ampia strategia territoriale.
Immaginiamo cosa significherebbe riuscire a mettere in rete Costa degli Dei, Vibo Marina, Tropea, Pizzo, l’entroterra vibonese e le Eolie.
Significherebbe costruire itinerari, pacchetti turistici, connessioni, soggiorni, escursioni, servizi integrati. Significherebbe intercettare turisti che oggi scelgono altre porte d’accesso. Significherebbe trasformare un collegamento marittimo in un moltiplicatore economico.
E significherebbe soprattutto smettere di ragionare per campanili.
Perché la vera sfida non è stabilire se Vibo Marina debba essere più importante di Tropea, o viceversa. La sfida è capire che un territorio competitivo è quello capace di mettere a sistema le proprie eccellenze.
Vibo Marina può e deve avere una funzione precisa dentro questo sistema. Ma per riuscirci occorre una visione politica che vada oltre la durata di una stagione turistica o di una legislatura.
Serve una politica del porto.
Vibo Marina non ha bisogno di nuove promesse. Ha bisogno di una strategia.
E questa volta il mare, più che una frontiera, potrebbe finalmente diventare la strada verso il futuro.
Ed allora, proprio perché questa è una buona notizia, sarebbe ipocrita non accompagnarla con una domanda scomoda.
Perché ci siamo arrivati soltanto adesso?
Perché il Comune di Vibo Valentia ha impiegato così tanto tempo per chiedere formalmente alla Regione Calabria di intervenire su un collegamento che da anni rappresenta una delle evidenti potenzialità di Vibo Marina?
Non è una domanda polemica. È una domanda politica. E un editoriale, se vuole essere utile, deve avere anche il coraggio di porre le domande che non fanno comodo.
Perché il tema del porto e del collegamento con le Eolie non nasce oggi. Chi scrive lo sostiene da un quarto di secolo. La FIT-CISL Calabria ricorda di aver sollevato la questione già negli anni passati. Gli operatori privati hanno continuato a investire. La Regione Siciliana ha sostenuto il servizio.
Insomma, i segnali c’erano tutti.
È arrivato prima il mercato della politica. È arrivata prima l’iniziativa privata della programmazione pubblica. È arrivata prima la Sicilia della Calabria.
E questo dovrebbe far riflettere.
Perché se oggi il Comune chiede alla Regione Calabria un tavolo permanente, più corse e un capitolo di bilancio dedicato, non possiamo che augurarci che sia finalmente l’inizio di una stagione nuova. Ma dobbiamo anche ricordare che questa richiesta arriva dopo anni nei quali Vibo Marina ha continuato a cercare da sola il proprio spazio.
E allora il merito dell’iniziativa odierna non deve diventare l’alibi per dimenticare il ritardo accumulato.
E se il Comune oggi prova finalmente a scuotere la Regione, ancora più severo deve essere il giudizio nei confronti della Regione Calabria, rimasta finora sostanzialmente spettatrice.
Perché una Regione non può aspettare che sia un Comune a ricordarle che esiste un porto. Non può aspettare che siano gli imprenditori a dimostrare che una rotta funziona. Non può aspettare che sia un’altra Regione – in questo caso la Sicilia – a sostenere economicamente un collegamento che interessa direttamente il territorio calabrese.
Adesso la sveglia è suonata.
Il Comune l’ha fatta suonare, la FIT-CISL l’ha rilanciata, gli operatori da tempo ne indicano la necessità. La Regione Calabria non ha più molte ragioni per fingere di non sentirla. Anzi, è chiamata ad una verifica della volontà politica.
Che chiede una risposta.
E soprattutto serve per capire se Vibo Marina, finalmente, sarà considerata dalla Calabria per quello che può realmente essere: non la periferia di un sistema, ma una delle sue porte sul Mediterraneo.










